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DRUDI, S. - Approccio alla balistica esterna di alcuni proiettili preistorici ed analisi funzionale dei supporti a dorso in selce provenienti dal Riparo dal Castello (PA) conservati al Museo delle Origini (Roma)

AUTHOR

Stefano Drudi

CATEGORY

Article

LANGUAGE

Italian

ABSTRACT

In this paper the author presents and discusses the results of a study on the reproduction of impacts on an experimental lithic sample and their comparison with those identified in some of the flint backed point tools from the Epigravettian site of Riparo del Castello in Sicily. In summary, the results of the analysis indicate that two distinct functional types of instruments can be distinguished among the backed pointed tools from the Riparo del Castello: one that could be probably linked to the use of the bow, and the other to the use of the atlatl. 

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PDF

 

INTRODUZIONE

La ricerca presentata e discussa nel presente lavoro concerne l'analisi funzionale di alcune delle punte in selce provenienti dal Riparo del Castello presenti nella collezione del Museo delle Origini dell’Università degli Studi di Roma 'La Sapienza'. Più in particolare, vengono presi in esame quei supporti a dorso che presentano tracce d’impatto e che quindi potrebbero essere stati utilizzati come punte di proiettile nel corso di attività di tipo venatorio. L’industria litica proveniente dal Riparo del Castello, custodita nel Museo delle Origini, comprende esclusivamente lotti frutto di donazioni di Ciofalo e Palumbo dell’inizio del XX secolo e altri provenienti dagli scavi effettuati dal Patiri tra il 1900 ed il 1915; il record archeologico della collezione potrebbe quindi non rispecchiare a pieno il dato tecno-tipologico dell’intero deposito indagato. 

Inoltre, l’intera industria litica potrebbe essere stata alterata da processi post-deposizionali di tipo meccanico - come compressioni da calpestio, da contatto con rocce disperse nel deposito, da contatto con strumenti di scavo - e dal mediocre stato di conservazione dei reperti dopo lo scavo. Per non incorrere in errori di valutazione, la riproduzione delle punte a dorso è stata eseguita tenendo in considerazione questo problema, ed è stata indirizzata nei confronti di quelle che potevano presentare dei chiari e nitidi impatti. Le punte di proiettile che presentavano sospette fratture dovute alla scheggiatura e/o al ritocco, quindi di natura tecnologica, in parte anche verificatesi nel momento in cui sono stati riprodotti i supporti litici, sono state tralasciate.

Sebbene non esistano confronti etnografici che attestino l’uso del propulsore integrato con quello dell’arco in comunità di cacciatori-raccoglitori, questo studio ha ipotizzato ed analizzato entrambi i sistemi di lancio; tanto più che tutte le armature prese in considerazione potrebbero non essere coeve. Anche se è ragionevole ipotizzare, vista la natura dei supporti utilizzati (Borgia 2006), che il propulsore sia stato utilizzato già dal Gravettiano, le sue più antiche attestazioni certe in Europa si hanno a partire dal Solutreano (Cattelain 1986, 1989). Come è noto il propulsore ha trovato, anche in tempi storici, largo impiego nell’attività venatoria e presumibilmente anche in quella bellica. Il suo utilizzo non viene però solamente attestato nelle comunità primitive basanti la loro economia sulla caccia e la raccolta ma anche in società gerarchizzate e strutturate verticalmente come quelle del Sud Ovest del Nord America tra VII e XV secolo, come gli Anasazi, gli Hohokam, i Mogollon, e ancora in quelle precolombiane del Centro America, come gli Aztechi tra il XIV e XVI secolo d.C. e prima di loro i Toltechi tra il X e il XIII secolo. Tutt’ora questo strumento di caccia viene utilizzato dagli aborigeni australiani e sino agli ultimi decenni del secolo scorso le popolazioni dell’artico (Inuit, Eskimesi, Aleuti) ne facevano largo impiego. 

Parte dei supporti presenti nel campione archeologico preso in esame sembrerebbe essere compatibile con l’utilizzo del propulsore: il loro spessore ed il loro peso si avvicinano infatti a quello di alcune delle punte di proiettile scagliate con questo strumento (Baugh 2003; Brizzi 2002). Un ambiente aperto di tipo steppico, come quello che poteva caratterizzare l’area circostante il sito del Riparo del Castello ai tempi della sua frequentazione preistorica, ben si addice al suo utilizzo. Sebbene Lombard e Phillipson abbiano messo in risalto, tramite lo studio di alcune armature rinvenute nella regione del KwaZulu-Natal, la possibilità di un utilizzo piuttosto antico dell’arco in Sud Africa - 64.000 BP (Lombard and Phillipson 2006) e nonostante il rinvenimento di un manufatto di legno di pino probabilmente facente parte di un arco, proveniente da MannHeim, Germania, la cui datazione al C14 ha restituito un età di 17.737 ± 165 anni BP (Rosendahl et al. 2006), ad oggi le più antiche attestazioni certe di tale strumento sono quella dal sito ahrensburgiano di Stellmoor (Amburgo, Germania) – dove furono rinvenuti i resti di un arco in legno di pino risalente ad un periodo compreso tra i 10.800 ed i 10.000 anni BP – e quella del sito di Holmegaard Moose (Isola di Zelanda, Danimarca), dove in una torbiera si misero in luce due archi ed ad una serie di frecce che risalirebbero ad un periodo compreso tra i 9000 ed i 9400 anni BP (Callahan 1994). 

Il modello di arco rinvenuto nell’Isola di Zelanda può essere classificato a flettenti dritti, ricavato da un monoblocco di legno di olmo. La selezione del legno, privo di nodi e con un andamento delle fibre drittissimo, il disegno a flettenti larghi e piatti con strozzatura mediana per poi rastremarsi alle estremità, l’impugnatura stretta ed ispessita, la tecnologia dei puntali, la sezione convessa-piatta, suggeriscono che questo tipo di arma doveva far parte della cultura materiale del suo costruttore da lungo tempo. Questa cultura deve aver avuto un substrato tecnologico derivante da una serie di fallimenti e tentativi improntati su di una più antica tradizione arcieristica. Questi manufatti, gli archi di Holmengaard, devono necessariamente essere un punto di arrivo e non di partenza. Rimane quindi ipotizzabile che le comunità di cacciatori e raccoglitori del Nord Europa avessero già 'scoperto' l’arco alla fine del Paleolitico superiore. 

Se è vero che l’ecologia del Nord Europa nel primo Olocene era in ogni caso diversa da quella mediterranea della Sicilia della fine del Pleistocene, è comunque plausibile che molte delle punte a dorso in selce prese in considerazione, provenienti dal Riparo del Castello, aventi parametri morfometrici (lunghezza, larghezza, spessore e relativi indici di carenaggio e allungamento) adatti ad un possibile immanicamento su di un’asta di freccia, siano state utilizzate in tal senso, perché non sempre idonee ad un utilizzo come punta di un giavellotto scagliato con il propulsore anche se questo presentasse un estremità piuttosto rastremata ove alloggiare le armature. Infatti è necessario trovare il giusto equilibrio metrico tra supporto ligneo e armatura poiché la lunghezza del margine tagliente della punta, quindi la sua altezza ed il suo perimetro sulla bonding mass, influisce sulla sezione di taglio dei tessuti e sul suo indice di penetrazione: più la punta è ridotta, meno potere lesivo ha il proiettile (Brizzi 2002). Tale assunto, comprovato anche da riscontri etnografici, troverebbe affinità con alcune delle punte siciliane solo se queste venissero utilizzate come punte di freccia. L’utilizzo di piccole punte a dorso, come alcune presenti nel record archeologico del Riparo del Castello, con supporti lignei adatti ad essere scagliati con un propulsore, può essere giustificato solo nel caso in cui queste venissero immanicate alla fine di una serie di segmenti litici come a formare un lungo margine tagliente sull’estremità distale del giavellotto. Parlando di punte e non di segmenti a dorso, in proporzione molto meno rappresentati nel record archeologico (Nicoletti e Tusa 2012; Bruno et al. 1998; Sebasti 1995; Zampetti 1984-87; Acanfora 1947), rimane difficile ipotizzare un loro immanicamento riconducibile a questa opzione; in altri siti coevi, come a Riparo Dalmeri, dove esisterebbe una certa standardizzazione dell’attrezzatura da caccia, secondo alcuni dati vi sarebbe una punta ogni quattro lamelle (Bassetti et al. 1998).  

Lo stesso tipo di questi supporti, spesso curvo o angolato, preclude l’ipotesi di una immanicatura ad elementi multipli ma ne indica piuttosto una adatta ad un singolo elemento fissato in posizione longitudinale o trasversale. A tal proposito è opportuno sottolineare che immanicando trasversalmente un dorso ricurvo, come quelli presenti nel record archeologico in questione, si ottiene automaticamente il barbiglio della punta del proiettile ed un più elevato grado di lacerazione. L’utilizzo di questi supporti a dorso, in un immanicatura con elementi multipli, parrebbe invece essere probabile se associato ai triangoli scaleni; l’ingente presenza di geometrici nel record tipologico dell’industria litica del riparo lascia presupporre l’ipotesi. Un preliminare studio, svolto dallo scrivente, sulle potenzialità delle immanicature composte da punte a dorso e triangoli scaleni è tuttora in corso di pubblicazione.

 

IL SITO DEL RIPARO DEL CASTELLO ED IL SUO CONTESTO PREISTORICO

Il sito Epigravettiano di Riparo del Castello è localizzato sul versante orientale di una formazione costituita da calcari marnosi del Messiniano, i cui litotipi derivano dalla deformazione del Dominio Imerese, ad una altitudine di circa 40 m slm e ad una distanza dalla linea di costa attuale di circa 200 m (Fig. 1). Ubicato oggi nel centro urbano di Termini Imerese, il riparo trova sede all’interno di un antico solco battente con un estensione di 16 m, un’altezza della volta di circa 5 m ed una larghezza massima di 4 m (Fig. 2). Questo si affaccia su di pianoro terrazzato coperto da depositi ghiaiosi e argillosi plio-pleistocenici, il cui assetto morfologico è da ricondurre ai movimenti trasgressivi e regressivi marini quaternari, che sono tagliati dai fiumi San Leonardo, Imera e Torto i quali in passato contribuivano alla formazione di ambienti umidi retro-litoranei ospitanti ricche biocenosi (la linea di costa relativa alla frequentazione preistorica del riparo doveva essere arretrata di circa 50 m). 

Fig. 1 – Localizzazione del sito (rielab. da Assessorato Beni Culturali e Ambientali 2006).

 

 

Fig. 2 - Pianta e sezione del riparo con la localizzazione dei saggi (da Nicoletti e Tusa 2012).

 

La ricostruzione stratigrafica di Vaufrey (1928) suggerisce uno spessore complessivo del deposito di 3 m e più in particolare di quello preistorico che, spesso 2 m all’interno del riparo, va assottigliandosi sino ad arrivare ad uno spessore di circa 40 cm all’esterno dello stesso. Recenti saggi di scavo hanno permesso di delineare con maggiore chiarezza il deposito stratigrafico, spesso 4,10 m, in cui sono stati distinti quattro orizzonti, talvolta suddivisibili in sottofasi (Nicoletti e Tusa 2012; Fig. 3).

L’orizzonte più antico, spesso 60 cm, è una sequenza di accumuli di matrice diversa (1A, 1B, 1C), ricchi di industria litica ma poveri di faune, che vengono sigillati da un crollo. L’orizzonte intermedio, spesso 1,10 m, si presenta subito al di sopra del crollo citato ed è costituito da tre focolari di diversa morfologia e di complessità stratigrafica crescente. Questo orizzonte si distingue per l’abbondante presenza di industria litica, di malacofauna marina e continentale, di resti di cervo rosso e di equidi. L’orizzonte recente è costituito da un unico accumulo, spesso 1,20 m, privo di discontinuità interne. Tale orizzonte non presenta nelle faune gli equidi ma vanta un abbondante industria litica di aspetto epigravettiano con sporadici manufatti in ossidiana. L’orizzonte finale è caratterizzato da una serie di crolli e l’ultimo dei quali segna la fine della frequentazione antropica del riparo ormai ostruito fin quasi alla volta. Questa sequenza, rimaneggiata in tempi storici, ha restituito frammenti ceramici di impasto in grande quantità, talora riconducibili ad uno stile di Serraferlicchio, associati ad ossa umane in giacitura secondaria (Nicoletti e Tusa 2012).

Fig. 3 – Sezione stratigrafica del sito con le relative datazioni radiometriche (A) e dettaglio del focolare (B) (da Nicoletti e Tusa 2012).

 

Dal punto di vista paleoclimatico, si può affermare che in Sicilia alla fine del Tardiglaciale si verifica un significativo abbassamento delle temperature riconosciuto nello stadiale Younger Dryas (Sprovieri et al. 2003). Da una copertura paleo-floristica aperta e prevalentemente si verifica, con l’inizio dell’Olocene, un aumento dei taxa arborei associati ad una diminuzione di graminaceae (Sadori e Narcisi 2001). La paleofauna del Riparo del Castello è rappresentata da specie di origine asiatico-europea di clima temperato con caratteristiche continentali: essa comprende Cervus elaphus, Sus scrofa, Bos primigenius, Equus hydruntinus, sensibilmente le specie più cacciate in tutta la Sicilia durante l’Epigravettiano finale. L’attività venatoria doveva quindi interessare aree boschive o limitrofe al bosco - cinghiale e cervo - e aree più aperte di prateria - cavallo idruntino ed uro. 

La frequentazione preistorica dell’isola da parte di gruppi di cacciatori-raccoglitori è collegata ad aree dove la presenza di affioramenti di selce è abbondante. Un forte incremento demografico è stato ipotizzato per il periodo dell’Epigravettiano finale (Martini et al. 2007), durante il quale la distribuzione dei siti interessa sia le zone costiere che l’entroterra e si sviluppa in prossimità di corsi d’acqua ad un’altitudine media compresa tra i 50 e i 200 m slm. Lo studio faunistico ha evidenziato lo sfruttamento di risorse animali di ambienti diversificati probabilmente non lontani dalle grotte e dai ripari sotto roccia occupate/i. In via del tutto cautelare, grazie ad un preliminare studio archeozoologico integrato con i dati estrapolati dalla stratigrafia del deposito, possiamo ipotizzare per il sito di Termini Imerese un utilizzo differenziato del riparo, scandito nel tempo di occupazione da frequentazioni lunghe intervallate da altre più brevi proprie di cacciatori-raccoglitori ad ampia mobilità (Bruno et al. 1998). 

 

L’INDUSTRIA LITICA

L’industria litica è composta da elementi in selce e, in minor quantità, in quarzite. Entrambe le materie prime sono reperibili lungo le sponde del Fiume S. Leonardo, ed in particolare ad 1 km di distanza circa dal sito di Riparo del Castello sono localizzati abbondanti noduli di selce rossa del Lias e giallastra del Trias. I materiali provenienti dal sito, conservati a Roma presso il Museo delle Origini e il Museo Nazionale Preistorico Etnografico L. Pigorini, ammontano ad un totale complessivo di 1.729 elementi tra strumentario e débitage, dove quest’ultimo rappresenta il 30% circa dell’intero lotto - mentre, secondo lo studio svolto dall’Acanfora sulle collezioni Siciliane, in queste il débitage rappresenterebbe l’80% circa dell’intera industria litica. Il rinvenimento di lame a cresta, tablette e schegge corticali durante i lavori di ripulitura delle sezioni del 1996, dimostra come la materia prima fosse anche lavorata in situ. 

Tra gli aspetti tecnici individuati, almeno nelle due collezioni romane, sembra che i supporti laminari siano nella maggior parte inerenti la fase di lavorazione immediatamente precedente l’abbattimento del bordo. Parte di questi supporti sono inoltre morfologicamente idonei all’ottenimento di punte a dorso ricurvo, tanto da poter supporre una predeterminazione degli stessi (Sebasti 1995). 

Da un preliminare esame tecnologico si evince che quasi tutte le punte a dorso aventi il tallone non asportato presentano distacchi di regolarizzazione sulla faccia dorsale, in prossimità del tallone stesso. Tale dato, riconducibile alla gestione del piano di percussione, potrebbe essere riferito proprio alla predeterminazione sopra citata. Inoltre è ipotizzabile che sui nuclei, i cui residui non sono quasi mai utilizzati (Acanfora 1947), venisse aperto un piano di percussione opposto per conformare la convessità distale dei supporti. Più in generale, sembra vi siano due produzioni distinte in cui l’utilizzazione differenziata della materia prima viene indirizzata al tipo di strumento da ottenere, che concettualmente avrebbe potuto variare in funzione della sua tipometria. 

Nella produzione in selce i manufatti si presentano di dimensioni ridotte rispetto a quella in quarzite, che però risulta numericamente molto più esigua. Nella prima produzione i talloni, dove non asportati per ritocco, sono solitamente lisci o faccettati e le facce dorsali dei supporti presentano un orientamento unidirezionale dei distacchi, nella seconda invece i talloni sono sempre in maggior parte lisci e l’orientamento dei distacchi sulla faccia dorsale dei supporti è bidirezionale. Entrambe le produzioni, comunque, presentano esclusivamente supporti laminari prevalentemente non corticali a sezione triangolare o trapezoidale. 

La tecnica del microbulino viene attestata al Riparo del Castello sui punteruoli, sui geometrici, sulle lamelle e sulle punte a dorso che presentano l’estremità distale o prossimale caratterizzata da un piquant-trièdre (Zampetti 1988). I corrispettivi, cioè i microbulini, sebbene poco attestati nelle collezioni romane (solamente 6), vengono contati nelle collezioni siciliane da Acanfora in numero di 30 mentre Laplace ne segnala 193 di cui 23 Krukowski (Acanfora 1947; Laplace 1966). Come giustamente Zampetti fa notare (Bruno et al. 1998), la tecnica del microbulino potrebbe anche essere finalizzata alla messa in forma del supporto destinato a divenire una punta a dorso e/o a ripristinarne o ad aumentarne il grado di efficienza, essere quindi sottostimata dal momento in cui viene effettuato il successivo ritocco per l’abbattimento del bordo. 

Sebasti segnala inoltre, nella sua analisi, la presenza di alcune lamelle presentanti il dorso abbattuto tramite colpi di microbulino (1995). Il margine abbattuto delle punte, sia in selce che in quarzite, presenta quasi sempre un ritocco di modo erto operato con orientamento diretto, alterno e/o bifacciale. Secondo lo studio di Acanfora sopra citato tale ritocco era anche ottenuto con l’ausilio di un incudine, quindi con una tecnica bipolare probabilmente accompagnata a quella della pressione, come forse comprovato da 'due grosse pietre le quali presentano delle scanalature praticate mediante percussione e sgretolamento secondo una linea prestabilita' rinvenute in situ. A tal proposito, non è da escludere l’esistenza di incudini in materiale deperibile quindi non più pervenuto come il legno. L’esposizione di parte dei supporti laminari al fuoco, per una loro maggiore 'malleabilità', sarebbe comprovata da una forte alterazione termica presente su alcune delle punte (Zampetti 1984-87). 

La tipologia litica delle collezioni romane sembra nel complesso abbracciare quello che è lo schema dell’Epigravettiano finale sull’isola; elementi riconducibili ad orizzonti cronologicamente più arcaici sono comunque presenti nell’insieme litico e rappresentati da alcune microgravettes molto sottili e dalla forma slanciata, con ritocco anche alla base. Alcune di queste trovano stringenti termini di paragone con quelle dello strato 20, riconducibile ad un Gravettiano evoluto e finale, della Grotta Paglicci (Zampetti 1984-87). La presenza di tali strumenti ben si inquadrerebbe con i risultati di un parziale studio tecno-tipologico effettuato dal Sebasti su di un lotto di materiali inediti 'composto da 3,495 strumenti e 7,776 residui di lavorazione, tra cui 114 nuclei e circa 400 tra schegge di preparazione e ravvivamenti di nucleo', facente parte della collezione Gabrici conservata al Museo Archeologico di Palermo (Sebasti 1995). Alcuni dei caratteri tipologici dominanti, che rimangono molto simili a quelli delle industrie dello strato B della Grotta dell’Acqua Fitusa nell’agrigentino ed a quelli degli strati D e C della Grotta di S. Teodoro nel messinese (Zampetti 1984-87), sono inquadrabili nella fase più antica dell’Epigravettiano finale siciliano, riconducibile ad un arco temporale compreso tra i 14.000 ed i 12.000 anni BP circa (Segre e Vigliardi 1983). Ricordiamo in questa sede che per il livello inferiore della Grotta dell’Acqua Fitusa si possiede una datazione assoluta di 13.760 ± 330 BP (Alessio et al. 1976). Allo stesso tempo altri caratteri tipologici, come le punte di malaurie, sarebbero inquadrabili invece con la fase successiva dell’Epigravettiano finale in Sicilia. 

Nelle due collezioni romane gli strumenti più rappresentati nella lista tipologica (De Sonneville-Bordes e Perrot 1954-1956; Bietti 1976-77) sono le lame e le lamelle a dorso, circa il 34%, le punte, circa il 21%, che si caratterizzano in particolare per i dorsi ricurvi, i dorsi angolati, le punte chàtelperroniane, le fléchette, le punte di malaurie, i cran atipici e le punte aziliane (Figg. 4, 5, 6), i grattatoi (sia su lama che su scheggia), circa il 16%, le troncature, circa il 6% (è inoltre presente anche se con un debole indice l’associazione composita dorso-troncatura), i geometrici, circa il 6%, che si caratterizzano per la presenza di triangoli. In minore percentuale sono i becchi, pochi invece sono i denticolati, i raschiatoi, le intaccature, i punteruoli, mentre i bulini non sembrerebbero essere attestati. Tale parziale analisi, inerente le sole collezioni romane, potrebbe comunque non essere del tutto veritiera a causa dell’esiguità delle collezioni stesse ed il criterio con cui sono state selezionate dai donatori e non rispecchiare a pieno quella che è la struttura della totale industria litica del sito. Un’altra carenza, riguardo una esaustiva comprensione dell’evoluzione culturale del deposito, è rappresentata dall’assenza di precise indicazioni stratigrafiche pertinenti l’industria litica. 

Questa industria, seguendo l'approccio tipologico di Laplace, rientra nella generale omogeneità strutturale delle manifestazioni dell’Epigravettiano finale siciliano, il quale presenta una certa variabilità dei tipi primari associata ad una progressiva affermazione di alcuni tipi secondari che, pur essendo tipici nella litotecnica epipaleolitica isolana, ne caratterizzano maggiormente gli stadi finali (Lo Vetro e Martini 1999-2000): si assiste ad un progressivo impoverimento della variabilità morfo-tipologica dell’industria litica accompagnato dal perdurare di elementi più tradizionali che si vanno standardizzando. Tale specializzazione potrebbe essere indice di un retaggio di conoscenze tecniche radicate nella tradizione epigravettiana locale. 

Fig. 4 – Punte a cran atipiche n. 1, 2, 3; punte a dorso angolate n. 4, 5, 7; gravette n. 8; lamelle a dorso n. 6, 11; microgravettes n. 9, 10; lamelle a dorso appuntite n. 12; lamelle a doppio dorso n. 13 (da Zampetti 1984-87) - scala metrica mancante.

Fig. 5 – Punte a cran atipiche n. 1, 2, 3, 5, 8; punta di Istres n. 4; punte Aziliane n. 6, 7, 12, 13; punta a dorso ricurvo n. 9; lamelle a dorso n. 10; lamelle a dorso appuntite n. 11, 14 (da Zampetti 1984-87) - scala metrica mancante.

Fig. 6 – Punte aziliane n. 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 10, 11; punta di Chàtelperron n. 9; punta di Istres n. 12; lamelle scalene n. 13, 14; lamella a dorso appuntita n. 15; punta a cran atipica n. 16 (da Zampetti 1984-87) - scala metrica mancante.

IL CAMPIONE ARCHEOLOGICO 

Il campione preso in considerazione in questo studio è composto da tutte quelle punte in selce che presentano nitide fratture riconducibili ad un impatto. Si tratta di 136 elementi, ovvero il 30,5% circa di tutte le punte e di tutti i supporti in selce aventi il dorso abbattuto presenti nell’intera industria litica proveniente dal Riparo del Castello preservata al Museo delle Origini dell’Università degli Studi di Roma 'La Sapienza'. Più precisamente le 136 possibili armature considerate in questo studio si possono così suddividere: 51 punte a dorso, 37 punte a dorso curvo, 18 punte di malaurie, 7 microgravette, 6 punte aziliane, 4 punte chàtelperroniane, 5 fléchette, 4 cran di cui 3 atipici, 3 punte a dorso angolato 1 gravette atipica. L’85% del campione si presenta integro, solamente 4 le porzioni prossimali e 16 quelle distali. Parlando di indici dimensionali possiamo brevemente asserire che le 136 punte considerate gravitano intorno ad un indice medio di carenaggio di 2,7 mm circa e di allungamento di 3,7 mm circa. Il loro peso medio è di 1,7 g circa.  

Tutte le punte sono state ricavate da supporti laminari che, tranne che per un esemplare a dorso, probabilmente da attribuire ad una fase di messa in forma (una lama a cresta), appartengono a sequenze operative relative alla produzione; nessuna delle punte è inoltre interessata dalla presenza di cortice tranne che per un dorso angolato. 

L’84% circa dei talloni dei 136 supporti sono stati asportati dal ritocco o dalla scheggiatura, si presentano lisci il 6%, faccettati il 4,4%, diedri il 3,7% e puntiformi il 1,9%. Il punto di impatto, ove rintracciabile, è quasi sempre puntuale e centrale. In via del tutto cautelare si potrebbe ipotizzare una preparazione del piano di percussione visto che il 20% dei supporti presenta dei distacchi di regolarizzazione o di abrasione sulla faccia dorsale in prossimità del tallone. Tale dato potrebbe rimanere comunque sottostimato vista l’alta presenza di talloni asportati.

I negativi sulle facce dorsali si presentano in prevalenza unidirezionali, 82% circa, i rimanenti sono bidirezionali e per lo più interessano quei supporti con più di 2 negativi. Circa il 64% dei supporti ha una sezione triangolare, il 33% circa una sezione trapezoidale ed il rimanente 3% presenta una sezione poligonale. La maggior parte dei supporti, circa l’ 82%, ha un profilo longitudinale rettilineo mentre quelli con profilo longitudinale convesso rappresentano il 9% dell’insieme, altro 9% è costituito da quelli con profilo ritorto. La loro esigua convessità distale potrebbe essere dovuta all’apertura di due piani di percussione opposti sul nucleo. Il fatto che i negativi dorsali bidirezionali si ritrovino quasi esclusivamente su quei supporti di più grande dimensione potrebbe esserne indice anche in virtù del fatto che i supporti più lunghi sono in questo caso quelli che avvertono tale convessità in modo maggiore. Si potrebbe inoltre ipotizzare, per la scheggiatura, l’utilizzo di un percussore tenero e/o una percussione indiretta visto che i bulbi esaminati presentano una scarsa o nulla diffusione.  

Circa il 77% dei 136 supporti presenta il dorso, o comunque il ritocco del margine, abbattuto a sinistra. Il ritocco, di modo erto o semierto, si presenta sempre continuo e marginale, il suo orientamento è diretto il 56% delle volte, inverso il 36% e bifacciale nel residuo 8%. La sua morfologia è di tipo scalariforme nel 36% delle armature, a distacchi paralleli o sub-paralleli nel 57% e nel rimanente 7% il ritocco si presenta di morfologia mista. Non è da escludere l’utilizzo della tecnica della pressione e/o del micro bulino per l’abbattimento di alcuni margini o parte di essi come comprovato da diversi negativi.  

Nel campione archeologico preso in considerazione, 79 punte presentano una frattura da impatto sulla sola porzione distale, 35 si presentano con una frattura da impatto sia sulla porzione distale che su quella prossimale e 22 presentano una frattura da impatto solamente sulla porzione prossimale. Complessivamente le fratture da impatto, dove non si presentano di tipo snap e/o buliniforme, interessano la faccia ventrale del supporto nel 60 % dei casi circa e nel rimanente 40 % la faccia dorsale. In figura 7 la posizione di alcune fratture.

 

Fig. 7 – A - microgravette con frattura buliniforme; B - cran atipico con frattura dorsale bending-step; C - gravette atipica con frattura bending-snap; D - punta di malaurie con frattura dorsale bending-step; E - punta di malaurie con frattura ventrale bending-step; F - punta di chàtelperron con frattura dorsale bending-feather.

 

Nell’intero campione le fratture di natura cone sono 7 e si sviluppano tutte sulla porzione distale del supporto, quelle di natura bending con terminazione snap sono 81 (33 si sviluppano sulla porzione prossimale del supporto e 48 su quella distale), le fratture di natura bending con terminazione feather sono 25 (2 si sviluppano sulla porzione prossimale del supporto e 23 su quella distale), le fratture di natura bending con terminazione step sono 31 (11 si sviluppano sulla porzione prossimale del supporto e 20 su quella distale), le fratture di natura bending con terminazione hinge sono 11 (6 si sviluppano sulla porzione prossimale del supporto e 5 quella distale), le fratture di natura buliniforme sono 13 (2 si sviluppano sulla porzione prossimale del supporto e 11 si sviluppano sulla porzione distale), le fratture di tipo spin of sono 3 e si sviluppano tutte sulla faccia ventrale dei supporti partendo dal tallone. Il grafico 1 riassume brevemente quanto detto.

   

Graf. 1 - Fratture sul campione archeologico.

 

La dimensione media di tutte le fratture di tipo bending-step rinvenute sull’intero campione archeologico grava intorno ai 3,3 mm, quella delle fratture di tipo buliniforme intorno ai 9,4 mm e quella delle fratture di tipo spin of intorno ai 5,3 mm. La tavola I mostra le fratture riportate da alcuni dei supporti facenti parte del campione preso in considerazione.

METODOLOGIA E STRUMENTI UTILIZZATI IN CORSO DI STUDIO

Il campione archeologico preso in considerazione è stato selezionato tramite una valutazione generale d’insieme che ha tenuto conto di tutti i supporti e le punte a dorso presenti nel contesto litico. Questa cernita è stata effettuata anche a fronte del dato tipologico precedentemente raccolto da Zampetti (1984-87). La denominazione dei tipi di punta nel presente studio viene invece ripresa dalla lista tipologica proposta da Demaras e Laurent (1989). L’insieme così composto è stato ulteriormente ridotto a seguito di una prima determinazione funzionale basata sull’analisi del materiale archeologico tramite stereomicroscopio Nikon SMZ con obbiettivo 0,5 X, oculari 10 X e range di ingrandimento da 0,75 X a 7,5 X, utilizzato in luce riflessa. Questa prima valutazione ha permesso di individuare quelle che potevano essere le eventuali tracce di impatto e/o contraccolpo presenti sulle armature ed ha introdotto una ulteriore cernita, del campione archeologico costituito, che ha distinto le fratture diagnostiche e quelle che hanno posto interrogativi peculiari da sondare in fase di sperimentazione. Ad esempio la frattura di tipo snap, sensibilmente la categoria più rappresentata, potrebbe abbracciare sia quelle alterazioni meccaniche citate nell’introduzione che quelle fratture involontarie avvenute nella fase di abbattimento del margine del supporto. 

Sono state quindi raccolte in un database tutte le informazioni possibili su di ogni singolo supporto preso in considerazione ed i dati estrapolati sono stati riproposti nel campione sperimentale. Il data-base comprende una scheda per i supporti, utilizzata per una preliminare indagine tecno-tipologica, una per il ritocco, utilizzata in relazione alla riproduzione delle armature, e una scheda per le macro-tracce da impatto utilizzata per l’indagine funzionale. Quest’ultima scheda è stata ideata in modo da poter monitorare contemporaneamente, sotto un unico numero progressivo, sia il margine distale che il margine prossimale dello strumento. Tale esigenza nasce qualora un’armatura venga caratterizzata sia da tracce da impatto sulla porzione distale che da tracce di contraccolpo sulla porzione prossimale. 

Per la riproduzione delle armature sono state prese in considerazione diverse qualità di selce, con differente tessitura e colore, che si presentavano sotto forma di nodulo, ciottolo e lista. La riproduzione delle punte dei proiettili ha necessitato l’utilizzo di supporti laminari e lamellari, il bordo di tali supporti è stato abbattuto sia tramite ritocco diretto con percussore tenero, sia tramite ritocco per pressione che con la tecnica bipolare su incudine in legno. I tipi riprodotti sono quelli più comuni nel campione archeologico preso in considerazione come i dorsi ricurvi e le punte aziliane e di malaurie. 

L’impennaggio dei giavellotti, le cui aste in legno di abete sono state rastremate all’estremità, è stato ottenuto con tre penne naturali di oca non tagliate la cui lunghezza varia dai 6 ai 7 pollici. Le penne sono state fissate alle aste tramite collante naturale e filo di lino. In queste aste l’alloggio per la punta è stato intagliato a mano, a volte con utensili litici, mentre lo scalmo in cui l’asta del giavellotto viene agganciata al propulsore è stato ottenuto con l’ausilio di un perforatore rovente. L’impennaggio delle frecce, le cui aste sono in legno di cedro, è stato ottenuto con tre penne naturali di tacchino tagliate a scudo la cui lunghezza è di 5 pollici. Le penne sono state fissate alle aste tramite collante naturale e filo di lino. La cocca delle aste è stata intagliata a mano, utilizzando a volte utensili litici, così come l’alloggio per l’armatura. Le immanicature delle armature sono state realizzate tramite un collante naturale, composto da cera d’api e resina di pinacee che, misto a carbone finemente triturato, è stato versato e lasciato asciugare sopra la punta in selce saldata al suo alloggio nell’asta tramite della canapa grezza o filo di lino. 

Il lancio dei giavellotti è stato eseguito con l’ausilio di un propulsore monoblocco in legno di olmo con profilo leggermente concavo. La sua lunghezza è di 57 cm ed il suo spessore medio è di 1,5 cm. La sua sezione si presenta dritta-convessa ed il perno di aggancio è stato ricavato scolpendo il legno. Le frecce sono state scoccate con un arco in legno di tasso a flettenti piatti e dritti. La sua altezza totale è di 185 cm con un impugnatura di circa 15 cm ed arriva a sopportare 20,25 kg (45 libbre) di peso. Una corda fiamminga in fibre vegetali è stata preferita nell’utilizzo di tale strumento. 

Come bersaglio si è scelto un quarto anteriore di maiale domestico di 16 kg (Tav. III, 1), essendo questo un mammifero artiodattilo di facile reperimento parente prossimo del cinghiale (Sus scrofa). La porzione anteriore, comprendente spalla e costato, è quella interessata dal bersaglio che bisogna colpire in caccia, che in un ungulato europeo varia da 15 a 40 cm di raggio (vista da una posizione laterale con l’asse di mira ortogonale all’asse del corpo). In tale area e con tale orientamento, ottimale per produrre un’emorragia rapida e mortale, troviamo polmoni, fegato, cuore. In fase di lancio è stata utilizzata una griglia di campionamento nella quale si sono registrate le specifiche e le variabili della balistica esterna (Figg. 8a, 8b, 8c).  

 

Fig. 8a - Variabili della balistica esterna 1/3.

Fig. 8b - Variabili della balistica esterna 2/3.

Fig. 8c - Variabili della balistica esterna 3/3.

 

Ai fini della sperimentazione è stato fondamentale annotare, oltre che il numero dell’esperimento ed il tipo di proiettile (freccia scoccata con l’arco o di giavellotto scagliato con il propulsore), alcune altre variabili: 

1. Il peso totale in grammi del proiettile. Le frecce costruite in questa sperimentazione presentano un peso totale medio di 23,5 g ed i giavellotti di circa 193 g. Per peso totale del proiettile si intende la somma della massa dell’asta, dell’impennaggio, della punta e del materiale usato per immanicarla (bonding mass); più la freccia è stata pesante e maggiormente ha mantenuto la velocità e la stabilità.

2. La lunghezza complessiva in cm del proiettile ed il diametro in mm dell’asta del proiettile. Le frecce costruite in questa sperimentazione hanno una lunghezza media di 80,62 cm per uno spessore di 8 mm ed i giavellotti hanno una lunghezza media di circa 204 cm per uno spessore medio di 13,5 mm. Il tipo di legno utilizzato, la sua lunghezza e la sua ipotetica densità iniziale sono indicatori sul sistema di propulsione (arco e propulsore), sul tipo di caccia (selvaggina), sulla tecnologia impiegata. Fino ad 1 cm di spessore ed un metro di lunghezza, si può con ragionevole sicurezza parlare di frecce per arco (Brizzi 2002). 

3. La flessibilità dell’asta del proiettile (Tav. III, 2 e 3). 

4. La resilienza di un proiettile (spine), cioè la capacità che il suo materiale ha nel reagire ad una brusca sollecitazione tornando in posizione di partenza. Questa rappresenta un fattore estremamente importante nel rapporto arco-freccia. La freccia, per quanto possibile, dovrebbe piegarsi e reagire all'impulso dato dalla corda in movimento in maniera controllata e controllabile e altrettanto dovrebbe fare un giavellotto sotto l’impulso dato da un propulsore (Fig. 9). In fase di sperimentazione si potrebbe asserire che i giavellotti di diametro superiore alla media hanno presentato una rigidità intrinseca nella loro natura tanto da far supporre l’utilizzo di aste composite per diametri superiori ai 13 mm.

Fig. 9 -  Spine di una freccia (da Brizzi 2002).

 

5. L’impennaggio del proiettile - che in questa sperimentazione è stato posto in maniera elicoidale sia sulle frecce che sui giavellotti. L’impennaggio ha il compito di stabilizzare il volo dei proiettili ed attutire il 'paradosso dell’arciere'; determina un volo stabile e lento se di grande volume, un volo più veloce ma meno preciso se di piccolo volume. In fase di sperimentazione si è verificato che i giavellotti di diametro inferiore la media hanno risentito di un debole impennaggio che a volte ne ha compromesso la traiettoria. 

6. Il tipo di punta del proiettile (dorso, dorso curvo, dorso angolato, cran, punta di malaurie), il suo peso in g, l’indice di carenaggio e l’indice di allungamento in mm. In questa sperimentazione le punte di proiettile hanno in media un peso di 1,6 g, le armature delle frecce hanno un indice di carenaggio di  3,4 mm, un indice di allungamento di 2,7 mm mentre le armature dei giavellotti hanno in media un peso di 3,4 g, un indice di carenaggio di 3,2 mm ed un indice di allungamento di 2,8 mm. I parametri morfometrici delle armature (peso, indice di allungamento e indice di carenaggio) sono state direttamente proporzionali al dimensionamento dell’asta (lunghezza e spessore). 

7. Il tipo di immanicatura - longitudinale o trasversale (Fig. 10). 

Fig. 10 – Tipi di immanicatura (rielaborato da Lombard 2006).

 

8. La distanza in m dal bersaglio. Essa è stata calcolata in base al tiro utile per la caccia, intorno ai 25-30 m di distanza massima dal bersaglio, con traiettorie semplici. Per il lancio con il propulsore si sono scelte distanze maggiori rispetto al tiro con l’arco e questo perché la balistica di un giavellotto mantiene in maggior percentuale la sua velocità, tanto da incrementarla in fase discendente, anche se parte più lenta quindi svantaggiata in caccia sulle corte distanze rispetto alla balistica di una freccia (Baugh 2003). 

9. La media di penetrazione in cm del proiettile ed il relativo indice di lacerazione della carcassa (Tav. III, 4 e 5). Si è notato, in fase di sperimentazione, che il potere lesivo del proiettile è determinato da: parametri dinamici (massa x velocità), parametri morfologici (sezione d’urto e lunghezza del taglio dell’armatura), parametri di impatto (angolo e velocità relative), parametri tissutali iniziali (consistenza, elasticità dell’epidermide e densità del tessuto molle immediatamente successivo a questa, presenza o assenza di ossa), parametri vari (usura della punta). 

10. Il tipo di frattura ottenuta sulla punta del proiettile a seguito della sperimentazione (Fig. 11). 

11. Gli incidenti avvenuti durante la sperimentazione - impatto al legno, al suolo o a roccia, all’osso, la perdita della punta a seguito del disfacimento dell’immanicatura, e così via.

Il numero dei tiri effettuati con un singolo proiettile non è stato predefinito, questi sono stati effettuati finche è sopraggiunto un incidente, una frattura della punta o la lesione dell’armatura.

 

Fig. 11 -  Tipi di frattura: A -frattura di tipo cone, B - frattura di tipo bending, C - frattura di tipo buliniforme, 2a - frattura bending con terminazione feather, 2b - frattura bending con terminazione hinge, 2c frattura bending con terminazione step, 2d - frattura bending con terminazione snap, 2e - frattura di tipo bending in fase embrionale, 2f - frattura cone con terminazione spin of (rielaborata da Fischer et al. 1984).

 

FRATTURE SVILUPPATESI SUL CAMPIONE SPERIMENTALE

Su un totale di 24 punte riprodotte come campione sperimentale, 16 hanno riportato fratture, 7 non hanno subito alcuna alterazione - a causa del disfacimento delle loro immanicature a seguito di più lanci -, 1 punta invece è andata persa a causa di un violento impatto su di un supporto ligneo che l’ha distrutta completamente, frammentandola in piccolissime porzioni non più rinvenute. 

Dei 16 supporti che hanno riportato fratture, 7 sono rimasti integri e le fratture rinvenute a seguito della sperimentazione interessano solamente la loro porzione distale: le fratture sono di tipo bending con terminazione step su 6 di queste sette armature. Una frattura di tipo bending con terminazione hinge interessa la porzione distale della rimanete armatura. Un solo supporto tra questi sette presenta una frattura anche sulla porzione prossimale che partente dal tallone si presenta di tipo spin of sulla faccia ventrale. Tale supporto risulta quindi avere una frattura di tipo spin of sulla porzione prossimale ed una di tipo bending-step sulla porzione distale. 

Delle rimanenti nove armature, quelle non integre, 3 sono costituite dalla sola porzione prossimale e presentano tutte una frattura di tipo bending con terminazione snap dove tale porzione doveva unirsi al resto del supporto. Altre 3 armature, che si presentano fratturate in due parti in connessione tra loro e quindi rimontabili, mostrano sui margini di rottura fratture di tipo bending con terminazioni snap. Due di queste tre armature presentano rispettivamente, sul margine dei frammenti distali, una frattura di tipo bending con terminazione step ed una frattura di tipo bending con terminazione feather. Sempre in connessione tra loro sono la porzione prossimale e quella mesiale di un’altra armatura, la prima porzione reca una frattura bending con terminazione step, che parte dal tallone per svilupparsi sulla faccia ventrale del supporto ed una frattura di tipo snap sul margine in connessione, la seconda porzione presenta due fratture di tipo snap. Di un’altra armatura rimangono solo piccoli frammenti, probabilmente parti della sua porzione mesiale, che presentano fratture di tipo bending con terminazioni snap. L’ultima armatura è fratturata in tre parti connesse (Tav. III, 6). La sua porzione prossimale reca una frattura di tipo bending-feather partente dal tallone ed una frattura di tipo bending-step dove tale porzione doveva unirsi al resto del supporto, entrambe sulla faccia ventrale. La sua porzione mesiale reca una frattura di tipo bending-step sulla faccia ventrale ed una di tipo bending-snap. La sua porzione distale reca quindi una frattura di tipo bending con terminazione snap dove si univa al resto del supporto. 

Complessivamente, delle 14 fratture che non interessano la categoria snap, 8 si sono sviluppate sulla faccia ventrale dei supporti e 6 su quella dorsale. La dimensione media di tutte le fratture, rinvenute a seguito della sperimentazione, di tipo bending-step grava intorno ai 3,8 mm, quella delle fratture di tipo spin of intorno ai 5 mm. Il grafico 2 riassume brevemente gli esiti della sperimentazione mentre la Tavola II mostra alcune delle fratture riportate dal campione sperimentale.

 

Graf. 2 - Fratture sul campione sperimentale.

 

Tav. I.

Tav. II.

 

Tav. III.

CONFRONTI FRA IL CAMPIONE SPERIMENTALE E ARCHEOLOGICO

Le misure delle fratture diagnostiche presenti sul campione archeologico sono estese più o meno quanto quelle rinvenute sul campione sperimentale. Le fratture bending-step sono più piccole di 0,5 mm e quelle di tipo spin of più grandi di 0,3 mm sul campione archeologico. Tale fattore potrebbe essere sintomo di una corretta procedura in fase di sperimentazione in cui gli strumenti balistici utilizzati e le distanze scelte hanno grossomodo ricalcato quelle che potevano essere le tecniche di caccia delle comunità preistoriche del Riparo del Castello. Sul campione sperimentale non si sono riprodotte fratture di tipo cone e fratture di tipo buliniforme. Tale dato può essere imputato ad un’esigua e breve fase di sperimentazione che può aver limitato la produzione di una maggiore varietà di fratture. 

Tuttavia, mentre le fratture buliniformi rimangono molto diagnostiche e facilmente riconoscibili, è oltremodo plausibile che piccole fratture di tipo cone rinvenute sul record archeologico sono in verità dovute ad alterazioni meccaniche. Le fratture di tipo bending con terminazione feather sono presenti sia nel record sperimentale che in quello archeologico, queste si presentano comunque in prevalenza più piccole sul campione archeologico. 

A seguito della sperimentazione si è notato che l’impatto al suolo dei giavellotti è una delle cause di formazione di tali piccole fratture che non alterano la funzionalità del proiettile. Qualora queste si sono venute a creare il proiettile è stato comunque riutilizzato sino al sopraggiungere di fratture più evidenti, talvolta anche diverse. Sperimentalmente le fratture bending-feather si sono verificate, in misura più evidente, quando i proiettili sono andati a segno sia con l’ausilio del propulsore che con l’ausilio dell’arco. 

Esiste sul campione sperimentale una frattura ventrale di tipo bending-feather, tendente al tipo bending-step, che parte dal tallone. Tale frattura è stata prodotta a seguito dell’impatto di una freccia sulla carcassa ed ha frammentato il supporto. La stessa frattura si rinviene anche su di una punta del campione archeologico con la stessa associazione restituitaci dall’analisi sperimentale: bending-feather prossimale – bending-step distale. Sebbene il supporto archeologico in cui insiste tale frattura si presenti integro, differentemente per come avviene per il supporto sperimentale, è ragionevole credere che sia stato utilizzato come punta di proiettile. 

Differentemente dal campione archeologico quello sperimentale presenta solo una frattura bending con terminazione hinge. Questa è stata riportata a seguito di un violento impatto di un giavellotto al suolo, probabilmente colpendo una pietra. Mentre nel campione archeologico questo tipo di frattura si presenta minuta, quella riprodotta sperimentalmente si presenta molto grande. Tale differenza potrebbe essere dipesa dal fatto che le punte del campione archeologico, dove tali fratture si rinvengono, siano di dimensioni più ridotte rispetto al supporto utilizzato nella sperimentazione ed ipotizzato come punta di giavellotto. Nel record archeologico, inoltre, questo tipo di frattura (bendig-hinge) abbraccia anche le porzioni prossimali dei supporti o delle punte, cosa che non avviene nel record sperimentale. Interessante è inoltre notare come archeologicamente le fratture con terminazione hinge riguardino quasi esclusivamente i dorsi semplici di piccole dimensioni. 

La frattura di tipo spin of si rinviene sia sul campione sperimentale che su quello archeologico ed in entrambi i casi si sviluppa sulla faccia ventrale dei supporti partendo dal tallone. Mentre però la ritroviamo nel campione archeologico in associazione a fratture bending-snap o bending-feather, nel campione sperimentale si rinviene in associazione ad una frattura bending-step. Sperimentalmente tale tipo di frattura è stata riportata a seguito dell’impatto di un giavellotto sul legno. 

Le fratture di tipo bending con terminazione step sono piuttosto comuni sia sul campione sperimentale che su quello archeologico. Sperimentalmente si è verificato che queste hanno interessato sia proiettili andati a segno che proiettili che hanno colpito supporti lignei, indifferentemente se scagliati con il propulsore o scoccati con l’arco. Queste fratture si rinvengono sia isolatamente, quando il supporto rimane integro, che in associazione con altre di altro tipo quando il supporto si rompe. Per le fratture di tipo snap occorre, almeno sul piano archeologico, fare una distinzione. Alcune punte, che presentano una frattura di questo tipo sulla porzione prossimale, potrebbero in verità essere state oggetto di un’intenzionale volontà rivolta all’abbattimento del margine su cui insisteva il tallone che poteva venire quindi asportato. In fase di sperimentazione simili distacchi si sono riproposti in fase di scheggiatura in seguito all’utilizzo della tecnica di ritocco bifacciale per abbattere il dorso (questi quattro supporti sono stati comunque presi in considerazione perché presentano sulla loro porzione distale altre fratture che suggeriscono un uso come punte di proiettile). 

Nel complesso comunque la frattura di tipo snap è ben rappresentata sia nel record archeologico che su quello sperimentale, ed in tutti e due i casi è spesso associata ad un’altra frattura, spesso diversa, sulla porzione opposta del supporto. Sperimentalmente è stata rinvenuta sia sulle punte di freccia o di giavellotto che hanno impattato al suolo o al legno ma anche, di frequente, su quei supporti che sono andati a segno e si sono frantumati a seguito dell’impatto con i tessuti molli o con le ossa. Unica grande differenza riguardo questo tipo di frattura, tra il campione sperimentale e quello archeologico, sta nel fatto che sperimentalmente non si rinvengono fratture snap sulla porzione distale dei supporti integri o sui vertici (le punte) dei frammenti distali. Sempre in base alla sperimentazione non si rinvengono fratture di tipo snap che asportano il tallone. Queste evidenze comproverebbero l’inattendibilità di queste fratture, spesso legate a fenomeni post-deposizionali o di natura tecnologica. 

Rimane comunque più indicativa l’associazione di tale frattura con altre di morfologia diversa spesso presente su medesimi supporti. In base a questa sperimentazione, si potrebbe ritenere come affidabile e diagnostica l’associazione sui frammenti mesiali di due fratture di tipo snap. La frattura di tipo snap si è sviluppata frequentemente in quelle punte immanicate longitudinalmente, che si sono spezzate in due porzioni all’altezza del loro innesto all’interno dell’asta, quando andavano ad impattare con materiali duri (osso o legno). Un chiaro esempio ci è dato dall’esperimento n. 7 che ha visto una freccia colpire l’osso della scapola dopo aver penetrato i tessuti molli. La distanza ravvicinata e la potenza dell’arco potrebbero aver contribuito e sicuramente influito a creare questo tipo di frattura che comunque si rinviene anche archeologicamente. 

La sperimentazione con il propulsore riporta anche la frattura di tipo snap in associazione alla frattura bending-feather. Il frammento distale in cui si osservano queste due fratture scaturisce dalla frammentazione della punta di un giavellotto a seguito del suo impatto al suolo. Tale associazione è ben attestata nel record archeologico su supporti però più piccoli ed integri. Tramite la sperimentazione con l’arco è stata ricreata l’associazione bending-step prossimale – snap distale. Questa si è verificata su di un frammento mesiale ed uno prossimale appartenenti a due proiettili diversi entrambi andati a segno. Questa associazione è ben attestata nel record archeologico su supporti di eguale dimensione a quelli utilizzati per la sperimentazione. 

L’ultima associazione, rinvenuta nel campione sperimentale inerente la frattura snap è quella che la vede insistere, assieme ad una di tipo bending-step, su di una porzione distale di un’armatura utilizzata come punta di freccia. Questo esperimento confermerebbe la validità interpretativa di questa associazione che si rinviene nel record archeologico su proiettili che hanno misure e dimensioni simili al record sperimentale. Interessante è notare che le associazioni delle fratture che noi ritroviamo sul campione sperimentale sono tra quelle che in maggior misura si rinvengono nel campione archeologico. 

Non si sono verificate, in fase di sperimentazione, alcune combinazioni di fratture che secondo i dati presenti in letteratura sono da considerarsi diagnostiche ed associabili ad impatti (Dockall 1997; Odell e Cowan 1986), cioé le combinazioni con frattura prossimale bending-step e frattura distale bending-hinge oppure quella con frattura prossimale bending-feather e frattura distale bending-hinge: se il primo caso è ben documentato sul campione archeologico, il secondo è assente. 

Altre associazioni ancora presenti in maniera rilevante sul campione archeologico (bending-hinge/bending-snap; bending-step/bending-feather; bending-hinge/bending-feather) non sono state riprodotte sperimentalmente. Tale fattore potrebbe essere dipeso ancora una volta da una esigua fase di sperimentazione oppure da diversi possibili tipi di immanicatura non presi in considerazione in questo lavoro.

 

CONCLUSIONI

Si può affermare che i risultati del presente studio sono in sintonia con l’ipotesi per cui al Riparo del Castello sarebbero identificabili due produzioni distinte e parallele, probabilmente destinate a due usi differenti: una produzione di supporti di più grandi dimensioni in quarzite ed in selce, una produzione di supporti più piccoli solamente in selce. In particolare:

• La sperimentazione ha avuto esito positivo sia per quanto riguarda i proiettili scoccati con l’arco che per quanto riguarda i dardi scagliati con il propulsore. Entrambe le tipologie di proiettile hanno dimostrato di avere una buona ed a volte ottima capacità di 'killing power'.

• Più della metà delle fratture ha interessato la porzione prossimale e mesiale dei supporti ed esse sono avvenute all’altezza dell’immanicatura. I supporti hanno riportato fratture diagnostiche, indifferentemente se sono andati a segno o meno, come le bending-step e le spin of ed una sospetta ma poco leggibile, a causa della sua frammentarietà, frattura di tipo buliniforme (exp. num. 14). Il campione sperimentale riporta inoltre interessanti abbinamenti come le fratture bending-step/snap, snap/bending-step, snap/bending-feather, bending-feather/bending-step e spin of/bending-step che si rinvengono anche sul campione archeologico.

• La differente ampiezza e profondità delle fratture, oltre che dal materiale colpito, può essere dipesa da sistemi di lancio più o meno potenti e/o da aste impattate da differenti distanze.

• Le fratture con terminazione di tipo feather riportate sulle punte immanicate ai giavellotti sembrerebbero, almeno per ora, meno evidenti di quelle riportate dalle punte immanicate alle frecce. Tale dato va letto in questa sede ancora in fase embrionale e potrebbe essere dipeso dalla difficoltà che il propulsore ha proposto nel centrare l’obbiettivo. Questo fenomeno rimane comunque noto in bibliografia (Borgia 2006). 

• Le sole fratture di tipo snap che andrebbero lette come diagnostiche o probabilmente diagnostiche sono quelle in associazione con le corrispettive bending-step o bending-feather sul medesimo supporto. 

• Le fratture sul campione sperimentale si distribuiscono in minore misura sulla faccia dorsale dei supporti, così come avviene per quello archeologico.

• Sono state rintracciate sul campione archeologico fratture di tipo bending-step sulla porzione prossimale di alcuni supporti a sezione triangolare. Tali fratture, che si sviluppano sulla parte dorsale del supporto senza partire dal tallone o dalla sua base, suggerirebbero un'immanicatura ad un materiale duro. Sul campione sperimentale queste fratture non sono state riportate.

• Tutte le tipologie dei supporti riprodotti sono state efficaci, eccetto forse quella dei supporti a dorso rettilineo a sezione triangolare. Se è pur vero che questo tipo di punta presenta, ove non incontra ostacoli se immanicata ad una freccia, un elevato grado di penetrazione (l’esperimento n. 1 ha rilevato una penetrazione di 16 cm), è altrettanto vero che questo tipo di supporto risente di una fragilità insita nella sua natura che si evidenzia a contatto con le parti resistenti della carcassa (ad es. la spalla). Uno di questi supporti si è addirittura frantumato al momento dell’impatto penetrando di appena 0,5 cm (esperimento n. 2). Si potrebbe per ora ipotizzare che tale tipo di supporto, qualora venisse impiegato in un qualche tipo di attività venatoria, fosse rilegato all’uso della freccia poiché non adatto a sopportare il peso di un asta di giavellotto scagliato con il propulsore al momento dell’impatto.  

• Alcuni dei supporti appartenenti al campione archeologico presentano dei piccoli incavi sul margine tagliente: la sperimentazione ha permesso di appurare come tali solcature non siano riconducibili tanto alla pressione e all’attrito delle fibre vegetali utilizzate per una loro probabile immanicatura (canapa, rafia, ecc…), che altrimenti avrebbe potuto essere realizzata con budello animale oppure tendine, quanto più probabilmente ad un impatto violento in virtù di un loro immanicamento composito (Ziggiotti e Dalmeri 2008).

• Ottime si sono dimostrate le immanicature trasversali che montavano supporti quali i dorsi curvi e i dorsi angolati. Queste si sono dimostrate avere un elevata capacità lesiva, sia con la freccia che con il giavellotto, atta a provocare emorragie interne. L’ipotesi dell’immanicatura trasversale è stata anche avvalorata dalla posizione delle fratture su di alcune delle armature archeologiche. Tali fratture non si distribuiscono assialmente al supporto ma tendono ad avere un orientamento ortogonale rispetto all’asse della punta. 

• In fase di sperimentazione si è notato che alcune punte (ad esempio quelle a cran), molto efficaci e lesive quando a segno, hanno presentato delle immanicature piuttosto fragili quando il  bersaglio veniva mancato: ciò è forse da imputare ad un errato rapporto tra spessore del supporto ligneo e spessore del supporto litico o ad un procedimento inadeguato in fase di immanicamento svolto dallo scrivente.

In via del tutto cautelare si può ipotizzare che i supporti in quarzite venissero impiegati per lo più come punte di giavellotto e molti di quelli in selce, ma non solo, come punte di freccia o comunque di supporti lignei ridotti. La riproduzione sperimentale di supporti in selce di dimensioni simili a quelli in quarzite, che comunque si ritrovano nel record archeologico ed anche nel campione esaminato, ha dimostrato  quanto la morfologia di tali supporti sia efficace se abbinata ad un giavellotto. Quanto questa scelta dualistica sia dettata da fattori tecnologici - es. malleabilità della selce ed inadeguatezza della quarzite per supporti lamellari -, ecologici (ad es. approvvigionamento della materia prima) o culturali non è ancora dato saperlo. 

Rimane in ogni caso importante sottolineare che i due sistemi di lancio, quello dell’arco e quello del propulsore, sono frutto di strategie divergenti e quindi difficilmente accostabili tra loro in una stessa comunità di cacciatori-raccoglitori. Essi infatti rispecchiano due differenti concezioni di caccia del predatore in relazione a due differenti approcci verso la preda (caccia da avvicinamento e da appostamento con il propulsore e caccia da svantaggio, da inseguimento o da incontro con l’arco).

Se da un lato, quindi, gli esiti di questo studio sperimentale hanno confermato molti degli assunti presenti nella bibliografia raccolta, risposto ad alcuni interrogativi e avvalorato alcune empiriche considerazioni, essi lasciano però alcuni quesiti aperti che necessitano di un ulteriore approfondimento in fase sperimentale. Si auspica che futuri studi funzionali sull’industria litica del sito di Riparo del Castello possano interessare anche tutti quei supporti in quarzite che presentano tracce di impatto e lo stesso si intende per i supporti geometrici che presentano tracce di utilizzo e di immanicamento (a tal riguardo lo scrivente ha sperimentato come una punta a dorso montata longitudinalmente diventi maggiormente efficace se abbinata nell’immanicatura ad un triangolo montato lateralmente). Occorrerebbe inoltre evidenziare le molte variabili delle catene operative, al fine di isolare determinati comportamenti, derivanti da una strategia culturale, che non sempre riusciamo a comprendere e che non sempre possono essere spiegate solo da analisi tipologiche, per individuare alcuni di quei processi cognitivi propri di esseri umani che, nell’ambito di un sistema socio-economico di caccia e raccolta, hanno riposto gran parte delle loro possibilità di sopravvivenza nella funzionalità degli strumenti da getto.

 

RINGRAZIAMENTI 

Un sentito ringraziamento alla Prof. Cristina Lemorini che ha guidato e sostenuto il presente lavoro, alla Prof. Daniela Zampetti e al Dr Massimo Massussi che hanno fornito osservazioni puntuali ed elargito preziosi consigli sia in fase di sperimentazione che in fase di interpretazione del dato.

 

BIBLIOGRAFIA

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